Rafforzare le banche, ma senza stato

Mercoledì Silvio Berlusconi ha detto che il governo è pronto a intervenire a sostegno delle banche - senza punire i manager - acquistando azioni di risparmio o sottoscrivendo prestiti obbligazionari. In effetti i parametri delle banche italiane sono adeguati all’indice di patrimonializzazione del 6 per cento, ma non basta più.
30 OTT 08
Ultimo aggiornamento: 01:18 | 13 AGO 20
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Mercoledì Silvio Berlusconi ha detto che il governo è pronto a intervenire a sostegno delle banche - senza punire i manager - acquistando azioni di risparmio o sottoscrivendo prestiti obbligazionari. In effetti i parametri delle banche italiane sono adeguati all’indice di patrimonializzazione del 6 per cento, ma dopo la ricapitalizzazione delle banche inglesi, francesi e belga-olandesi con quote statali, quel 6 per cento non basta più. Perché è comparativamente basso, anche se lindo da inframmettenze statali. Questa situazione genera sfiducia. Così le banche italiane adesso pagano il denaro più delle concorrenti europee, sovvenzionate dai governi. E’ una tipica distorsione della concorrenza, che però la Commissione Ue non sanziona. Da qui nasce la necessità di ricapitalizzare i nostri istituti, di un 1-2 per cento.
Ma da ciò non si deve desumere che occorra far intervenire lo stato nelle nostre banche per metterle alla pari con le altre in Europa, creando una nuova distorsione del mercato e un pericoloso intreccio fra politica ed economia. Esistono infatti, in alternativa a questa soluzione estrema, altre misure più conformi al mercato. La prima, che riguarda i grandi istituti, consiste nell’attuare la norma, già prevista dalla legge, secondo cui le quote di Banca d’Italia detenute da soggetti privati devono passare allo stato. Si potrebbe valutare tali quote al valore reale, quindi più di quanto stimato in bilancio dagli istituti soci di Palazzo Koch.
La seconda soluzione consiste in emissioni sul mercato di prestiti subordinati, garantiti dallo stato, resi attraenti con la detassazione degli interessi passivi ai fini dell’imposta sulle società per gli istituti debitori ed esonero dalla cedolare secca per i percettori dei redditi. La terza consiste nella emissione sul mercato di capitale azionario, garantito dallo stato, con esonero del profitto non distribuito dell’emittente dall’imposta sulle società.
Esaurite queste misure conformi al mercato, ce n’è ancora almeno una che minimizza l’impatto in un’economia di mercato, ossia l’acquisto di prestiti subordinati da parte della Cassa depositi e prestiti che emette obbligazioni per finanziarlo.
Non c’è bisogno, dunque, di rifare l’Iri, o una Rai delle banche.